Pixabay - ricordi di viaggio

Dal viaggio nel ricordo al turismo condiviso

Quando abbiamo smesso di essere viaggiatori per trasformarci in cantastorie? Turismo responsabile è anche sottrarre l’emozione dei luoghi all’ “obbligo social”

 

Quando ero bambina, il mio viaggio iniziava sempre nello stesso modo. Quasi un rito. La sveglia alle 5, mamma che tira fuori dal forno la lasagna per il picnic. Saliamo in macchina e si parte in direzione Sicilia. 12 ore di viaggio. La nonna ci aspetta. Per pranzo ci fermiamo nella solita pineta, non ricordo neanche dove fosse, anche se oggi che conosco la geografia direi in Molise. Ricordo solo gli alberi, il sapore della lasagna di mia mamma ancora tiepida e l’emozione di essere in vacanza. Poi ancora paesaggi dietro paesaggi, il caldo e la musica. La mamma che mette su la musicassetta di Gianni Morandi e mio fratello che cambia con i Faith no More. E finalmente eccolo, il traghetto! Il momento in cui la macchina vi sale sopra e la corsa per uscire a vedere il mare blu alla ricerca dei delfini (ci saranno mai stati i delfini? Ricordo solo che li cercavo): sento ancora i miei passi sul pontile. Il sapore della cotoletta fredda nel panino. Le voci delle persone, il chiedersi cosa andranno a fare. E poi, finalmente arrivare, nelle braccia della nonna. E domani, domani mi porterà la granita. Quella alla mandorla e un po’ di cioccolato, perché sa che è la mia preferita.

Di tutto questo non ho una fotografia. Non c’erano i social network e gli hashtag. Non c’era l’obbligo di condividere con qualcuno.
Oggi il mio mondo è pieno di fotografie, per non perdere neanche un attimo, un colore, un sapore. “Questa è bella, devo condividerla!” E quei ricordi non sono più miei, diventano di tutti. Si svuotano dell’emozione del luogo scorrendo nel flusso delle bacheche social.

E cosa succede ai luoghi, quando la memoria non ha più bisogno di ricordarli? Basta un’immagine e qualche like? I luoghi diventano memoria condivisa, in un eterno storytelling che non li racconta più. E succede che prima di partire, ora, cerco nei blog e su Instagram tra i ricordi di chi i luoghi li ha già vissuti. Il viaggio diventa un seguire le tracce di qualcun altro e vedere se le emozioni sono le stesse. E tutto questo obbligo di “fare” memoria, come se il viaggio senza immagini non esistesse, mi fa reclamare il mio diritto all’oblio sociale per fissare invece i luoghi nella mente.
Forse oggi più che mai i luoghi hanno bisogno di memoria, genuina e vissuta, per sfuggire alla dimenticanza dei riti di passaggio e non essere solo collezioni di immagini. Il turismo responsabile è anche un po’ questo bisogno di contatto emotivo con i luoghi, oltre il racconto che li nasconde.

Annalisa Spalazzi

 

Ma queste memorie tutte l’una accanto all’altra finiscono per essere una sorta di delirio che rende difficile una ragionevole, razionale, storica memoria comune. Questa memoria totale, contemporanea, frantumata e accatastata rende difficile proprio quella memoria armoniosa, selettiva, ricca di pietas e non vendicativa, che dovrebbe essere la memoria vera.
Claudio Magris

 

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Annalisa SpalazziAnnalisa Spalazzi. Da un piccolo paese dell’Appennino marchigiano al mare della Romagna, per arrivare alla cosmopolita Bruxelles. Una carriera sempre work in progress. Il turismo sostenibile per lo sviluppo locale come percorso e obiettivo. E in tasca, le passioni e le tradizioni, tra cui laDirce: un colpo di fulmine trasformato in un piccolo, ma grande progetto.