Mombaroccio (PU), Convento del Beato Sante. Il Beato Sante ammansisce il lupo, lunetta

Il santuario del Beato Sante a Mombaroccio

Ancora una volta il Dircefoglio di Natale ha al cuore un luogo di semplicità, silenzio e condivisione. Dopo la sosta nel monastero di Bose del 2016 abbiamo scelto il convento francescano del Beato Sante di Mombaroccio, “scrigno” di prodigi quotidiani dove è quasi tangibile la forza umile del nobile che sette secoli fa vestì la tonaca sulle orme di san Francesco d’Assisi, e come lui tra i tanti miracoli ammansì il lupo feroce

 

Tra le dolci colline dell’entroterra della provincia pesarese, sul confine tra i comuni di Pesaro e di Fano, il convento del Beato Sante non è solo considerato il santuario più antico della nostra provincia ma, San Francesco stesso, secondo tradizione, pregato dagli abitanti di Montegiove e di Mombaroccio, vi spedì il piccolo gruppo di frati, fondatori, negli anni venti del Duecento, della primigenia comunità di Santa Maria di Scotaneto.

Mombaroccio (PU), Convento del Beato Sante
Mombaroccio (PU). Il Convento del Beato Sante nell’estate 2013 (foto C. Ortolani)

Nel 1292 l’indulgenza di Nicolò IV attirò così gran concorso di penitenti dai vicini castelli e città, per guadagnarsi il privilegio spirituale, che, a metà del Trecento, fu costruita la nuova chiesa. Allora, anche il primitivo insediamento si convertiva da semplice romitorio a vero cenobio, con annesso noviziato, in cui sperimentare la vita regolare da quei giovani che chiedevano di seguire le orme del Santo, vestendo l’abito dell’Ordine.

Con l’ingresso di Giansante Brancorsini, ventottenne rampollo dei no-
bili di Montefabbri, la comunità di Scotaneto (così il colle era chiamato per i cespugli di scotano) si trasformò in meta di un ininterrotto flusso di pellegrini. Divenuto fra Sante, benvoluto in vita, morì nel 1394 e le sue spoglie – si narra dello spuntare di un giglio radicato nel cuore dalla fossa di sepoltura comune dei frati – furono oggetto di grande devozione. Molti altri i fatti straordinari, di cui alcuni miracolosi, che fu beatificato nel 1770, quando il convento aveva assunto da secoli la nuova denominazione di Beato Sante.

 

Mombaroccio (PU), il convento del Beato Sante negli anni '60
Il convento del Beato Sante in una cartolina degli anni ‘60 del ‘900 (collezione privata, Pesaro)

Nei tempi seguenti, i francescani di Mombaroccio non furono indenni dalle fortunose vicende delle soppressioni ecclesiastiche. E benché, fino alla seconda metà del Novecento, furono privati della proprietà del convento e sue pertinenze – la selva – non verrà meno l’ospitalità francescana, che diede una straordinaria prova di sé al servizio delle famiglie “sfollate”, i cui travagli esorcizzerà uno dei primi Carnevali fanesi post-bellici.

Mombaroccio (PU), il Convento del Beato Sante
Mombaroccio (PU), Autunno 2017. Il Convento del Beato Sante (foto C. Ortolani)

Al Beato Sante, Riccardo Zandonai, musicista tra i maggiori della prima metà del secolo, lasciò interrotta al secondo atto l’ultima sua opera teatrale, Il bacio, con l’indicazione «19 marzo 1944 – S. Giuseppe di guerra!». Morì all’Ospedale di Trebbio Antico nel giugno di quell’anno, prima che nella boscaglia del convento alle mitragliere dei fascisti rispondessero dall’alto della collina quelle partigiane. Ai frati del Beato Sante andò anche il grato riconoscimento degli ebrei italiani nel corso delle celebrazioni del decennale della Liberazione.
Molti sono i felici tesori di questo “scrigno nel bosco” (G. Mandolini). Salire al convento, orientati dalla torre campanaria svettante da mezzo alla selva sul colle, è l’esperienza migliore per provare a vagliarne con cuore umile il valore tra fede, storia, arte e natura.

Filippo Pinto

Beato Sante - affresco C. Pavisa
Mombaroccio (PU), Convento del Beato Sante, Cappella del Beato. Il miracolo del lupo, affresco del pittore Ciro Pavisa, originario di Mombaroccio (1930; foto C. Ortolani 2017)

Beato Sante Brancorsini - santino
Il Beato Sante Brancorsini in un santino degli anni ‘50 del ‘900 (collezione privata, Pesaro)

Nato a Montefabbri (Pesaro e Urbino) nel 1343 da famiglia nobile, Giansante Brancorsini visse una situazione simile a quella del manzoniano fra Cristoforo. A 20 anni, infatti, per legittima difesa uccise con la spada un parente. Sconvolto, si ritirò presso il convento dei Frati Minori a Santa Maria di Scotaneto (Mombaroccio), chiedendo a Dio di soffrire gli stessi dolori inferti all’uomo che aveva ucciso. Una ferita aperta in una gamba accompagnò infatti la sua vita di umiltà e penitenza. Devotissimo all’Eucaristia e alla Vergine, morì nel 1394 in odore di santità per i molti miracoli operati e fu beatificato nel 1770. Il beato Sante è ricordato dal calendario dei santi il 14 agosto, insieme con Massimiliano Kolbe (1894-1941), anch’egli francescano. (c.o.)

 


Filippo PintoFilippo Pinto. Archivista libero professionista, si occupa di archivistica ecclesiastica. Al suo attivo ha articoli e recensioni su riviste locali e nazionali di settore storico, archivistico e bibliotecario. Collabora con l’Archivio Storico Biblioteca Diocesana di Pesaro e la Soprintendenza archivistica per le Marche e l’Umbria.