Pesaro, anni Sessanta del ‘900. Prima Paganelli

Una ‘Bolognese’ tra Pesaro e Parigi. Prima Paganelli, o dell’eleganza in città

Stavolta dai miei archivi esce una regina. Con una corona guadagnata sul campo a suon di lavoro e intuizioni brillanti. Da qualche mese avevo in animo di ripubblicare sul blog della Dirce la storia di Prima Paganelli ovvero La Bolognese, titolare per oltre quarant’anni di una sartoria con sede a Pesaro ma rinomata in tutta Italia. Con il suo fare da azdora emiliana la Primetta (così la chiamavano le sue clienti più affezionate) vestì tra gli anni ’20 e i ’70 del Novecento schiere di signore educando alle novità di Parigi lo stile di una piccola città di provincia. Originaria di San Lazzaro (Bologna), ebbe per clienti anche dive del muto e, sussurravano, mogli di gerarchi.
Non amava far sapere la sua età e ogni volta che ne ho scritto ho rispettato questa sua decisione: oggi è chiaro che non fu civetteria ma definitiva scelta di marketing (lei forse avrebbe detto rêclame), per proiettarsi nell’olimpo senza tempo dei creatori di moda.

p.s. Contro tutte le regole il post è lungo e articolato, nei miei hard disk ho materiale sufficiente per un libro su questa signora lungimirante e ambiziosa e mi piaceva che anche Google sapesse di lei. Non ho lesinato sui dettagli perché quella della Bolognese è una storia esemplare di self made woman e imprenditrice e raccontarla significa anche ripercorrere cinquant’anni di storia del costume italiano. Grazie in anticipo per la vostra attenzione, dunque!

 

Pesaro, 1935. Prima Paganelli
Pesaro, 10 Ottobre 1935. Prima Paganelli sfoglia “Harper’s Bazaar” (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

Signore Clienti AristocraticheMode, Metropoli franceseCostosa attrattiva. Non esagera Prima Paganelli, la Bolognese, nel rimarcare le esigenze delle habitué della sua sartoria. Siamo nel 1933 e da una decina d’anni, ormai, le pesaresi di un certo rango non vestono se non dalla ‘Primetta’, così chiamano affettuosamente questa energica signora del cui gusto non saprebbero più fare a meno. Personalità magnetica, lungimirante intelligenza, mani abilissime nell’intuire il potenziale stilistico di linee e tessuti, all’epoca nella quale stende la relazione sull’attività della “Sartoria Bolognese per Signora” Prima Paganelli si è da tempo conquistata un posto di tutto rilievo nel panorama cittadino, sconfinando dalla moda al costume (alla leggenda?). Ancora nei nostri tempi distratti [2008] dire Bolognese significa a Pesaro parlare di eleganza sopraffina, confezionata con la stessa materia dei sogni. Effettivamente la ‘Primetta’ addomestica l’allure parigina di Chanel, troppo magra, eccessivamente rarefatta per le italiche silhouettes delle signore che popolano Capobianchi, che al “Duse” appena inaugurato applaudono Pirandello e la sua giovane musa Marta Abba, che al mare, come nelle “Bellezze al bagno” di Mack Sennett, esibiscono braccia e gambe ben tornite sotto verecondi calzoncini (il cinema-teatro “Duse” di Pesaro fu inaugurato il 12 ottobre 1926 con una recita dei Sei personaggi in cerca d’autore, messo in scena da una compagnia di attori di primo piano, tra i quali Camillo Pilotto e Marta Abba, alla presenza dell’autore Luigi Pirandello; “L’Ora”, 17 Ottobre 1926).

Pesaro, anni Trenta del '900. Prima Paganelli
Pesaro, anni Trenta del ‘900. Prima Paganelli, la ‘Bolognese’, sulla scalinata dei Bagni Pubblici (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

In quegli anni Trenta della moda autarchica, del lanital al posto della lana e del cotone-non-cotone tessuto con le fibre di ginestra, farsi almeno l’abito da sposa o il tailleur da cerimonia dalla Bolognese è questione di prestigio, anche per figlie e madri notabili dei paesi dell’antico contado. Mia madre Adria [figlia di Giuseppe Andreatini, farmacista di Sant’Angelo in Lizzola] ricordava che il modello del suo abito da sposa, della Bolognese, veniva da Parigi (Agla Marcucci, Pesaro 2011). Nessuna delle pur brave sarte cittadine può competere con la Paganelli, anche perché nessuna dispone di un atelier come il suo, dove drappeggi di seta alla Vionnet, piume e divagazioni in forma di acconciature diventano improvvisamente accessibili tra i rinfreschi della pasticceria Gino; dove, soprattutto, le mannequin (più che altro lavoranti dal portamento altero) hanno l’aura di chi a Roma ha sfilato all’Excelsior, con tanto di partenze e rientri tra mille bauli.

Per di più la fama della Paganelli – Ah, la Bolognese…! – è corroborata dalla stima di personalità d’alto rangoA Venezia serviva nel Ventennio, tra le altre, la famiglia del prefetto; e poi la contessa Prampolini e Sofia Badoglio, moglie del generale. Non manca tra i clienti celebri un’attrice come Vittoria Lepanto (1885-1964), diva del muto protagonista tra gli altri de Il piacere che, ricorda la pronipote Virginia, almeno dagli anni Trenta vestiva solo Bolognese. E chissà quanti guardaroba conservano ancora abiti contrassegnati con l’elegante etichetta in corsivo, su fondo nero per gli abiti scuri e bianco per quelli chiari.

Mia zia aveva imparato il mestiere nella Sartoria Policardi di Bologna, una delle principali della città. A Pesaro la sua attività ebbe la prima sede in via Manzoni. Successivamente si trasferì in via Rossini, nel palazzo della Fabbrica Scrocco, e quindi in viale Corridoni, all’angolo con viale Zanella. Qui è rimasta fino alla fine, al piano terra c’era il laboratorio, al primo piano la sartoria vera e propria con i salottini per le prove e gli specchi, i tessuti e gli accessori e al secondo l’abitazione. Mi ricordo ancora il numero di telefono, era il 268; la casa di viale Corridoni aveva appartamenti molto spaziosi, circa duecentotrenta metri quadrati per ogni piano (Luciano Urso, Bologna 2008).

Attenta all’immagine la Bolognese ci guarda dal predellino della sua Lancia Artena, si presenta al fotografo assorta tra le pagine di “Harper’s Bazaar” o, ancora, sorride sotto una toque, il viso illuminato dall’immancabile fichu bianco fermato da una spilla (chi meglio di lei conosce i segreti per ben figurare?).

Consapevole del proprio ruolo non manca di sottolineare i frequenti viaggi nella Metropoli francese – la costosa attrattiva di Modelli Parigini – inviando cartoline sapientemente distribuite tra le sue clienti più in vista, siglate con ampia grafia proprio con il nom de plume (“rafforzare il brand”?): dall’inesauribile raccolta di Maria Teresa Badioli, che nel 2009 me le donò, sbucano per esempio le immagini presentate qui sotto. L’Arco di Trionfo, l’Île de la cité, il Sacro Cuore, vent’anni di viaggi, in mezzo c’è una guerra, vent’anni di orgogliosa fedeltà al proprio mestiere. E chissà, forse anche un pizzico di vanità femminile, non sono poi molte in quegli anni le donne “amministratore unico”.

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Al di là dell’atmosfera da telefoni bianchi e del profumo di riti d’antan particolarmente cari ai pesaresi (lo sciamare delle sartine fuori dalla villa al mare, le più belle popolavano i sogni dei ragazzi in attesa davanti ai cancelli – eh, già, la Bolognese…), queste cartoline suggeriscono di soffermarsi sui pur esigui documenti che attestano oggi l’attività della Società “Sartoria Bolognese per Signora”, per cogliere gli aspetti più concreti dell’impresa di Prima Paganelli, iniziata con pochi mezzi nella prima metà degli anni Venti, proseguita con crescente successo fino al 1969, un anno prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1970.

La Società anonima Sartoria Bolognese per Signora risulta fondata nel 1933 da cinque soci (Prima Paganelli, Lelio Agostini, Elvira Luca in Toni, Emidio Ciafré, Mauro Corinaldi, nessuno di loro è originario di Pesaro), capitale sociale 60.000 lire suddivise in 120 azioni, 22 delle quali appartenenti all’amministratrice unica Prima Paganelli. La signora Paganelli conferisce alla costituzione del capitale sociale una serie di oggetti mobili il cui elenco, al di là del freddo linguaggio dei verbali d’assemblea, ci consente di immaginare l’interno della sartoria che ha sede in via Rossini 18, nello stesso Palazzo Scrocco dove si lavoravano le fettucce di paglia: n. 6 macchine da cucire a pedale marca Singer; n. 10 tavoli grandi da laboratorio in legno abete non verniciati; n. 3 scaffali grandi da stoffa in legno abete verniciati in nocciola scuro; n. 1 bancone in legno abete verniciato in nocciola scuro; n. 1 macchina da scrivere Rojal [sic]; n. 1 scaffale da studio in legno rovere; n. 1 scrivania in legno rovere; n. 1 porta-pressa in legno rovere con pressa copia lettere, seggiole e banchetti varii.

Pesaro, 1934. Prima Paganelli sulla spiaggia insieme con alcune sue lavoranti
Pesaro, 1934. Prima Paganelli sulla spiaggia insieme con alcune sue lavoranti, tra le quali si riconosce, prima a destra, Agridonia (Lola) Pescara (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

Appena entrata, ero poco più che una bambina, sono stata assegnata al tavolo del “leggero”, abiti e abiti da sera, soprattutto, sotto la direzione della signora Bianca, la paga era di 2 lire e 50 centesimi al mese (Geppina Moroni, Pesaro 2009). Non disponiamo di documenti al riguardo, ma le testimonianze concordano nell’affermare che nei periodi di maggior impegno la Sartoria Bolognese arrivò a impiegare fino a un centinaio di lavoranti, tra apprendiste e maestre, il cui lavoro era coordinato dalle première.

Da subito Prima Paganelli pone l’accento sugli aspetti critici del mercato nel quale opera: gli effetti dell’autarchia si sommano a quelli del crollo di Wall Street del 1929; ciononostante il bilancio per il 1933, prosegue la relazione già citata in apertura, dimostra come la nostra azienda, forte della sua eloquente esperienza di un passato movimentatissimo, si vada orientando verso una sistemazione della propria organizzazione più razionale e più rispondente alla presente situazione del mercato in genere, e alle condizioni di vita dell’ambiente in cui è costretta a svolgere gran parte della sua attività. Oltre alle difficoltà generali occorre infatti fronteggiare la concorrenza sleale del continuo moltiplicarsi delle piccole aziende artigiane, costituite il più delle volte da elementi usciti dai nostri laboratori, che approfittano delle relazioni e dei contatti avuti con la nostra clientela per portarsela via e sottrarci il lavoro,fenomeno che rappresenta una delle più gravi preoccupazioni e il più serio pericolo per l’avvenire della nostra azienda. […] Questa inevitabile concorrenza ha alleati formidabili come la mancanza di ogni gravame d’imposta, tasse e fitti di locali; la insignificante entità delle spese generali, di amministrazione, di propaganda ecc..

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Ma non si perde d’animo, la signora Paganelli e, per rendere meno gravi le conseguenze di questa inevitabile concorrenza, dirige sempre più intensamente ogni sforzo dell’azienda verso il mantenimento delle proprie relazioni con la clientela, andandole incontro con riduzione dei prezzi, con facilitazioni di pagamento ecc. È indubitabile che questo sistema se ha lo svantaggio di ridurre a limiti straordinariamente ristretti i margini di guadagno, ha peraltro il pregio di rappresentare l’unico mezzo pratico per evitare l’esodo della clientela. La strategia evidentemente dà i suoi frutti, e Prima Paganelli conclude assicurando i suoi quattro soci che il risultato economico di questo primo esercizio, pur non essendo dei più brillanti, rappresenta già un esito più che soddisfacente che spero valga a meritarmi la vostra approvazione: il bilancio 1933 si chiude infatti con un utile di 5.450 lire, che verranno così ripartite: £. 545 all’Amministratore Unico, £. 545 alla Riserva, £. 4.360 agli Azionisti. In verità ancora una volta le testimonianze aggiungono dettagli sostanziali, precisando nella storia della Sartoria Bolognese il ruolo decisivo svolto da Lelio Agostini, compagno di Prima, con lei sempre impegnato a sorvegliare il buon andamento dell’amministrazione della ditta.

Pesaro, anni Quaranta del '900. Adriana Tangucci, mannequin per la Bolognese
Pesaro, anni Quaranta del ‘900. Adriana Tangucci, mannequin per la Bolognese (raccolta Adriana Tangucci Filippetti, Pesaro)

Mantenere le relazioni con la clientela, per evitarne l’esodo. Fidelizzare il cliente, diremmo oggi. Nella relazione 1936 la Paganelli ribadisce che la spietata concorrenza di altri Laboratori i quali, non pagando imposte e non avendo le [nostre] esigenze tecniche di organizzazione e propaganda… praticano condizioni forse apparentemente più allettanti, ci costringe a ricercare su altre piazze lontane, con gravi sacrifici di disagio fisico e di rilevanti spese di viaggio, il lavoro che qui ci viene a mancare. Anche se lo spingerci a lavorare fino a Roma, dove pure siamo costretti a fronteggiare la concorrenza locale, riduce i nostri margini di guadagno quasi a zero, è pur vero però che soltanto così ci riesce di ammortizzare, in una larga cifra di affari, il grave carico di spese generali e industriali che per la nostra Azienda sono ormai un onere irriducibile.

Nel 1942 la Sartoria si trasformerà passando da Società anonima, una forma all’epoca corrispondente all’incirca a quella della nostra Società per Azioni a Società a nome collettivo (Snc). La nuova Bolognese, con sede in viale F. Corridoni 44, ha lo stesso oggetto della precedente società, ossia l’esercizio di un moderno impianto per laboratorio in confezioni da signora, l’acquisto di tessuti in genere, pelletterie ecc., ma è divisa stavolta in parti uguali tra Paganelli Prima e Agostini Lelio, che detengono ciascuno sessanta azioni sulle centoventi costituenti il capitale sociale di lire 60.000Nella gestione della società la Sig.ra Paganelli Prima, che mantiene naturalmente la carica di amministratrice unica, dovrà dare la sua opera nel campo tecnico, ed il Sig. Agostini Lelio la propria nel campo amministrativo, senza compensi speciali per nessuno dei due. Nell’atto è riportato il bilancio al 31 dicembre 1941, che si chiude alla pari, con un totale attivo di 324.474,25 lire. Dato l’anno eccezionale, si legge nella relazione dei sindaci revisori, abbiamo ragione di ritenere che da parte dell’Amministratrice Unica sia stato fatto tutto il possibile per evitare una perdita di bilancio che riteneva inevitabile. Dobbiamo pertanto rilevare che l’opera della Amministratrice Unica è stata ispirata ai migliori criteri di sana economia. Davvero l’anno fu eccezionale. Nel Giugno 1940 l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania, e dal Settembre 1941 non solo abiti e calzature ma anche zucchero e pane erano generi razionati.

L’attività della sartoria fu sospesa intorno al 1942 ma poté riprendere nel periodo immediatamente successivo alla guerra grazie ad alcune casse di tessuti, fili e altri materiali previdentemente messi al sicuro dalla zia al momento dello sfollamento (Luciano Urso).

Originaria di San Lazzaro di Savena, Prima Paganelli, la Bolognese, scelse di riposare per sempre nel cimitero di Pesaro, fedele alla città che le aveva dato il successo.

Cristina Ortolani

Pesaro, anni Sessanta del ‘900. Prima Paganelli
Pesaro, anni Sessanta del ‘900. Prima Paganelli (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

Questo articolo è stato composto per Promemoria n. 2

Nelle prossime pagine incontrerai il professor Luciano Urso, nipote di Prima Paganelli, Fausto Schiavoni, fotografo e figlio di una delle sue dipendenti/mannequins e Maria Teresa Badioli, che se frequenti il sito della Dirce sicuramente già conosci 🙂

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