Cinemobile 1936, modellino

L’Italia è bella un gran bel po’. Otto anni in cinemobile

Da Sassocorvaro al Gennargentu

A Roma arrivai grazie alla mediazione dell’onorevole Giorgio Tupini (romano, vicino ad Alcide De Gasperi, deputato DC dal 1948 al 1958 e dal 1951 al 1954 sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega per i servizi di Stampa e informazione). Il 13 marzo del ’53 ricevetti il telegramma che mi convocava per il giorno dopo a Cinecittà, all’esame da operatore. Partii da Sassocorvaro con mio padre, in fretta e furia. A Pesaro trovammo lo sciopero dei treni e così fummo costretti a prendere la corriera. Tra il 12 e il 14 marzo 1953 le cronache registrano in effetti un imponente sciopero dei ferrovieri, indetto dalla CGIL. Scendemmo in piazza Esedra (piazza della Repubblica), ma non avevamo idea di come raggiungere Cinecittà.
Sapevamo che lì vicino, in via Nazionale angolo via XXIV Maggio, c’era la farmacia Piroli gestita dal dottor Torri di Sassocorvaro e ci andammo. Chiamarono il figlio del veterinario di Sassocorvaro, che lavorava al Ministero della Pubblica Istruzione: ci venne a prendere e ci accompagnò a Cinecittà. Ero poco più d’un ragazzino, ma avevo il patentino di operatore dal 1953, l’avevo preso appena maggiorenne. La prova a Cinecittà durò nemmeno un quarto d’ora, perché la commissione capì subito che conoscevo il mestiere. Mi insegnarono a montare lo schermo del cinemobile, una struttura di tubi Innocenti con un telone di plastica, e mi diedero appuntamento per l’indomani alle 8. Mio padre ripartì per Sassocorvaro e io presi alloggio per la notte all’Hotel Nizza (tuttora esistente, si trova nei pressi della Stazione Termini), ma avevo soldi sufficienti solo per la camera e così per cena mangiai il ciambellone che mi ero portato da casa. All’autoparco, la mattina dopo, la prima persona che ho incontrato è stata Remigio. Mi è venuto incontro sorridendo, mi ha abbracciato e mi ha detto: Tu sei con me! Stasera dove dormi? Gli ho spiegato che ero in cerca di una sistemazione e mi ha invitato a casa sua.

Giravamo per sei mesi, da marzo a ottobre, e poi tornavamo a casa. Tra una tappa e l’altra facevamo base a Roma. L’itinerario era mensile, stabilito dalla Presidenza del Consiglio che informava con una circolare le Prefetture di riferimento dei paesi dove ci saremmo fermati, chiedendo di darci la massima assistenza, che per noi significava vitto e alloggio. A sua volta la Prefettura avvisava i Comuni, dove ci presentavamo con una lettera di accredito. La gente era incuriosita. In molti posti, specie al Sud dove le condizioni di vita erano ancora parecchio arretrate, i ragazzini ci stavano intorno dalla mattina aspettando “u’ cinema”. La gente scendeva in piazza portandosi la sedia da casa. Ogni spettacolo era composto da sette documentari prodotti dall’Istituto Luce o da altre società, un’ora e quaranta di proiezione con un intervallo di cinque minuti per il cambio del rullo. Certo, era materiale propagandistico, ma si trattava di documenti importanti: si vedevano le macerie, i danni della guerra e poi la ricostruzione, le fabbriche che ripartivano, le bonifiche agrarie… Tutte le sere, dopo la proiezione, scrivevo la relazione: per esempio, se il paese era agricolo o industriale, se il cinemobile era stato apprezzato, quante persone erano presenti… io facevo sempre una relazione sdolcinata. Solo a Burgos, nel Gennargentu, ho fatto una relazione più calzata (severa, ndr), ma ripensandoci oggi forse fu perché mi avevano rubato ventimila lire dalla tasca della giacca. Un altro posto scabroso era l’Amiata: tutti comunisti, eravamo molto preoccupati ma alla fine andò tutto bene. Ho visto posti bellissimi, anche se le condizioni di lavoro non erano sempre ottimali. Ma ero giovane, non mi pesava. L’Italia è bella un gran bel po’ e io grazie a questo lavoro l’ho potuta vedere quasi tutta.

Il primo stipendio era di 49.000 lire più 3.000 lire di diaria, circa 150.000 lire al mese tutto compreso. Più che dignitoso, se si considera che nel 1953 il salario medio di un operaio si aggirava sulle 45.000 lire mensili, con 150 lire si comprava un chilo di pane, con 1.200 un chilo di carne e un litro di benzina costava 138 lire. I soldi arrivavano con un vaglia all’ufficio postale della località dove ci trovavamo. Ma non sempre. Nel 1953, a Ovada, in provincia di Alessandria, ci è capitato di dormire in macchina perché dal Ministero lo stipendio tardava. Anche quando i comuni non ci ospitavano dormivamo nel cinemobile. Gli ultimi tre anni, dal ’57 al ’60, con l’autista che aveva sostituito Remigio, Domenico De Renzis di Agnone, avevamo attrezzato il furgone come un camper, con due materassini Pirelli di gomma e un fornellino a gas: certi minestroni! Avevamo una divisa azzurro chiaro con la scritta “Istituto Luce”.

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