Pesaro nel dopoguerra

Notturno a Pesaro, 1948

Questa, signori, è la nostra “piccola città“. Da una parte vi è il mare che non somiglia a nessun altro, perché due colli, l’Ardizio e il San Bartolo, ne delimitano la proprietà. È un mare privato, padronale. Quelli degli altri paesi adriatici sono uguali, si fondono e si confondono; questo no.

Di notte tutti i paesi si somigliano un poco. L’ore più vere della nostra piccola città sono quelle dell’alba; quando i pescatori di “telline” sono cento metri dentro il mare coi calzoni rimboccati fino al ginocchio ché l’acqua non arriva più in su. Lontano il molo di Fano è una striscia bianca che luccica per il sole che batte sui vetri delle case, e più lontano Ancona, come nuvola chiara che appare e dispare sul golfo di San Ciriaco.

Fra poche ore la nostra spiaggia avrà tutti colori balneari: i rossi, il turchino, il giallo – sono le tende, gli ombrelloni, i capanni – faranno bella mostra, così, quasi per elegante civetteria…

Questo è il Caffè Centrale – qui si discutono e risolvono i problemi cittadini: i concerti, le mostre, il piano regolatore, sono nati in questo caffè. E quel palazzo a sinistra che ora vedete di colore grigio blù dorato (il suo colore di notte) con cinque belle finestre su sei archi di tono medioevaleromanico, è il Palazzo Ducale di Alessandro Sforza.

La vita della nostra piccola città scorre serena; gli abitanti, tranquilli, non si stupiscono di nulla, gli avvenimenti spesso notevoli toccano tutte le tonalità: quelle persone che vengono a gruppi verso di noi sono usciti ora dal teatro, nel salone del Conservatorio provano ancora il concerto che si farà domani, quel distinto signore che in questo momento esce dalla casa di Amilcare Zanella e s’allontana nel viale a mare, è Franco Alfano.

Ora sono andati tutti a riposare: è questa l’ora in cui i viali odorano di mare e biancospino, i portali trecenteschi delle nostre chiese hanno l’armonia di lunghi accordi d’organo, e gli intarsi di Sant’Agostino con figure e scene cittadine, formano come un “coro”, si raccontano strane storie paesane, fanno il paese della fantasia, dolce paese.

Questa, signori, è la nostra piccola città, vecchia, stravecchia, gotica, medioevale, malatestiana, tra il mare, il Catria, Urbino e il forte di Gradara.

È tardi: andate a riposare anche voi. Nelle vie scure e deserte, sulle vecchie case cariate dal vento di mare, lungo i viali di querce, di pini, di ippocastagni, gioconda, grande, magnifica, rimane la magica melodia di Gioacchino Rossini.

Marcello Cocco, 1948

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