Roland Barthes, Nel giardino d’inverno

Così, solo nell’appartamento nel quale era morta da poco, io andavo guardando alla luce della lampada, una per una, quelle foto di mia madre, risalendo a poco a poco il tempo con lei, cercando la verità del volto che avevo amato. E finalmente la scoprii. Era una fotografia molto vecchia. Cartonata, con gli angoli mangiucchiati, d’un color seppia smorto, essa mostrava solo due bambini in piedi, che facevano gruppo, all’estremità d’un ponticello di legno in un Giardino d’Inverno col tetto a vetri. Mia madre aveva allora (1898) cinque anni, suo fratello sette. […] Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre. La luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani, il posto che essa aveva docilmente occupato senza mostrarsi e senza nascondersi, la sua espressione infine, che la distingueva, come il Bene dal Male, dalla bambina isterica, dalla smorfiosetta che gioca all’adulta, tutto ciò formava l’immagine d’una innocenza assoluta (se si vuole accogliere questa parola nella lettera della sua etimologia, la quale è ‘Io non so nuocere’), tutto ciò aveva trasformato la posa fotografica in quel paradosso insostenibile che lei aveva affermato per tutta la vita: l’affermazione d’una dolcezza.

[…]

In quella foto particolare aleggiava qualcosa come un’essenza della Fotografia. Decisi allora di ‘cavare’ tutta la Fotografia (la sua ‘natura’) dalla sola foto che esistesse sicuramente per me, e di assumerla in un certo senso come guida della mia ultima ricerca. Tutte le fotografie del mondo formavano un Labirinto. Io sapevo che al centro di quel Labirinto non avrei trovato altro che quella sola foto, confermando così le parole di Nietzsche: ‘Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma unicamente la sua Arianna’. La Foto del Giardino d’Inverno era la mia Arianna, non perché m’avrebbe fatto scoprire una cosa segreta (un mostro o tesoro che fosse), ma perché m’avrebbe detto di che cosa era fatto il filo che mi trascinava verso la Fotografia. Avevo capito che bisognava ormai interrogare l’evidenza della Fotografia, non già dal punto di vista del piacere, bensì rispetto a ciò che si potrebbe chiamare romanticamente l’amore e la morte.

(Io non posso mostrare la Foto del Giardino d’Inverno. Essa non esiste che per me. Per voi, non sarebbe altro che una foto indifferente, una delle mille manifestazioni del “qualunque”; essa non può affatto costituire l’oggetto visibile di una scienza; non può fondare un’oggettività, nel senso positivo del termine; tutt’al più potrebbe interessare il vostro studium: epoca, vestiti, fotogenia; ma per voi, in essa non vi sarebbe nessuna ferita).

 

Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, trad. it. di Remo Guidieri, Einaudi, Torino 1980

 

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