Ugo Barbieri

Musi neri. Da Monteciccardo a Marcinelle

conversazione di Cristina Ortolani

questo articolo è apparso su “Promemoria” n. 2 (primavera 2011)

Ugo Barbieri
Montegaudio, 2011. Ugo Barbieri durante l’intervista con “Promemoria”

Il 23 Giugno 1946 il primo ministro italiano Alcide De Gasperi firma con il ministro belga Van Hacker un patto che prevede la possibilità per l’Italia di acquistare carbone a un prezzo di mercato, in cambio dell’impegno di inviare in Belgio cinquantamila minatori. In seguito all’accordo uomo-carbone tra il 1946 e il 1957 arrivano in Belgio circa centoquarantamila italiani, per svolgere un lavoro che i belgi rifiutano. Troppi i rischi della miniera, a fronte di un salario decisamente esiguo.
Nelle Marche si contano nel 1946 oltre duemila espatri, che nel 1948 salgono a 9.146, secondo un trend destinato a scendere solo dopo la metà degli anni Sessanta. Molte di queste persone provenivano dalla provincia di Pesaro e Urbino, ed erano dirette verso le miniere di carbone del distretto di Charleroi.
Questo articolo anticipava nel 2011 una ricerca sugli emigranti pesaresi, promossa dall’Amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino in occasione del cinquantacinquesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, dove l’8 Agosto 1956 morirono nella miniera del Bois du Cazier 262 persone. Tra loro 136 italiani, nove dei quali provenienti dalla nostra provincia. Stringendo ancora l’obiettivo, ricordiamo le tre vittime di Marcinelle nate nel territorio di Pian del Bruscolo: Edo Dionigi, originario di Colbordolo; Sisto Antonini di famiglia santangiolese ma in gioventù residente a Montegaudio e Alvaro Palazzi di Monteciccardo.
Primo esito della ricerca fu un filmato realizzato con le testimonianze di alcuni emigrati tuttora residenti nel distretto di Charleroi, tra i quali anche Ugo Barbieri, che “Promemoria” ha incontrato nell’estate 2011, trascorsa come di consueto in Italia, nella casa di Montegaudio (Monteciccardo), il paese da cui è partito nel 1948.

Ugo Barbieri
Ugo Barbieri in una pausa dal lavoro in miniera (anni Settanta; raccolta Famiglia Barbieri, Fleurus, Belgio)

Sono sceso in miniera il 22 ottobre del 1948, e il 31 Marzo 1974 sono andato in pensione. Come dice il dottore, “la polvere non mi dà fastidio”, è per questo che ho potuto lavorare così a lungo. Dal paese siamo partiti in quattro o cinque, “Sei pazzo ad andare a lavorare nella mina” mi dicevano. La mina: con un termine impastato di francese gli intervistati si riferiscono alla miniera, un amalgama che tornerà spesso, fino ad arrivare alla catastròfa, stupefatta e inaudita parola dove si riassume la tragedia di Marcinelle. Eravamo contadini. Dalla campagna, da queste colline a lavorare sdraiato in terra o a camminare sui gomiti il passaggio non è stato facile. Ma era la mina. E come siete venuti a conoscenza della possibilità di andare a lavorare in Belgio? C’erano questi manifesti rosa un po’ dappertutto, in chiesa, in Comune… poi la voce si spargeva, c’era la miseria, non c’era speranza per noi, qui. Siamo partiti da Pesaro, eravamo un’ottantina; a Milano siamo rimasti due giorni, ci hanno visitato e da lì siamo ripartiti, sempre in treno, verso il Belgio.

L’accordo Italia – Belgio prevedeva che i lavoratori avessero meno di 35 anni (ma in seguito l’età fu elevata a 40, per favorire le partenze) e si presentassero a Milano per sottoporsi a visite mediche e controlli di polizia; a Milano chi era ritenuto idoneo firmava un contratto della durata minima di dodici mesi, che ben presto però furono portati a ventiquattro.
Per i primi quattro mesi sono stato a Eisden, poi sono andato a Lambusart, dove sono rimasto per venticinque anni. Anche da noi c’è stato un incidente [nel 1962], sono morti sei italiani, è il ricordo più brutto per me. Chi voleva cambiare lavoro poteva farlo solo dopo cinque anni, se volevi andare a lavorare in fabbrica dovevi comunque fare cinque anni in miniera. Molti avevano paura dell’ascensore che ti portava giù – e io non ero più brillante di un altro. A Lambusart ero responsabile di un gruppo di operai, prima però mi hanno fatto fare qualche mese di addestramento, per imparare il lavoro. I turni duravano otto ore, da quando si era sopra a prepararsi a quando si sortiva. Appena arrivato, come tutti, ho preso alloggio in una cantina, poi a Lambusart abitavo in una casa privata, in affitto. La cantina: baracche militari, avanzi della guerra riattati – neanche tanto – per ospitare i minatori. Molti di quelli che lavoravano con me erano ex prigionieri di guerra rimasti lì, Marocchini, Polonesi, Greci, Turchi, sì, molti Turchi. Com’era la convivenza, viene da chiedere, ma prima che la domanda sia formulata per intero lo sguardo distante di Barbieri ricolloca la questione nella sua giusta sede: la convivenza? Trovi difficoltà se hai un carattere difficile, certo, c’erano dei problemi con i Turchi, idee troppo diverse, ma anche con i Belgi. Bisogna vedere come ti comporti. Se ti comporti bene, ti accettano. Se ti comporti bene. Come dire: “convivenza”, “integrazione”: per noi, categorie di là da venire. Anche se la storia parla di razzismo: l’Italia era pur sempre un’ex alleata di Hitler, i minatori gueules noir e dunque “Italiani = Macaronì”, “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”, eccetera eccetera.

Marcinelle, cartolina
Marcinelle, Le Bois du Cazier, cartolina degli anniCinquanta del ‘900 (raccolta Sisto Antonini, Sant’Angelo in Lizzola)

L’8 Agosto del 1956 ero in Italia, in ferie. Dopo l’incendio dell’8 Agosto, al Bois du Cazier i tentativi per salvare i minatori intrappolati proseguono per quindici giorni. Tutti cadaveri! è il disperato annuncio che mette fine alle operazioni di soccorso il 23 Agosto. Quando sono tornato là, c’erano le mogli che aspettavano, i parenti. Hanno portato i morti in una scuola, in una stanza c’erano le bare, numerate, in un’altra stanza i vestiti, sempre con i numeri o le medaglie: così veniva fatto il riconoscimento, ma alcuni sono rimasti senza nome. Numeri: anche in vita i minatori erano identificati tramite un numero, impresso su una medaglia di latta, simbolo del loro lavoro insieme con l’elmetto e la lampada. I gridi, caro mio, i gridi.

Vestito di mina e vestito con la cravatta fa tutto differente. Ogni minatore conserva una foto con il ‘muso nero’: il sigillo di un’epopea finita in Europa con la chiusura dell’ultima mina di carbone, quella francese di Creutzwald. Oggi Ugo Barbieri, vedovo, vive a Fleurus (Charleroi) e torna in Italia, a Montegaudio, due volte l’anno. Per lui, e per tutti gli italiani in Belgio che abbiamo intervistato, “Patria” si scrive con la maiuscola, e significa case linde e ordinate, prati ben tenuti, centrini sui tavoli e alle pareti le foto ‘dei vecchi’. Perché dopo la pensione voglio tornare qui, in Italia.

Severino Foglietta
In alto, Marcinelle, 1949. Severino Foglietta ‘muso nero’ (raccolta Famiglia Foglietta, Montegaudio – Monteciccardo)
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Marcinelle, anni Cinquanta del ‘900. Sisto Antonini (raccolta Cesare Antonini, Sant’Angelo in Lizzola di Vallefoglia)

0 comments on “Musi neri. Da Monteciccardo a Marcinelle

  1. Anche mio zio, di Tavernelle, era tra coloro che andò a fare il minatore in Belgio.
    E quel lavoro lo minò pre sempre nella salute.

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