Madeleines - www.flickr.com/photos/crayonmonkey/5893946855

Madeleines, chez Marcel

Le Dircemadeleines sono – ça va sans dire – ispirate alle “focacce corte e pienotte” che Marcel Proust ammanta di uno straordinario potere evocativo nel primo dei sette volumi de À la recherche du temps perdu, pubblicati fra il 1913 e il 1927.
Certo le atmosfere in cui si muove laDirce non appaiono così raffinate (anche se secondo recenti studi le madeleines erano in origine fette di pane tostato, come mostra la prima stesura della Recherche), tuttavia anche una fetta di ciambellone inzuppata nel caffelatte possiede il dono di far sussultare il cuore, risvegliando memorie e verità.

Forse citate più che conosciute, le pagine della Recherche vanno lette di persona e, possibilmente, per intero (qui un divertente articolo nel quale Alessandro Piperno si interroga sulle ragioni del perdurante successo di uno scrittore “prolisso”); ai suoi lettori laDirce offre intanto un assaggio da La strada di Swann: prendetevi qualche minuto per assaporare il paesaggio che sboccerà dalla vostra, personalissima tazza di tè, e gustatevi i colori nuovi della vostra giornata.

(Dal blog Esterkitchen un’ottima ricetta per preparare in casa delle madeleines al miele di fiori d’arancio ).

Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate «maddalenine» (madeleines), che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata di una conchiglia.

Marcel Proust 1895 ca.
Marcel Proust (1871-1922) in una celebre immagine di Otto Wegener (1895 ca.), da Wikimedia Commons

Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?
(…) Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E’ tempo ch’io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d’interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l’animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.
(…) E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.

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(…) E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di ” maddalena ” inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse così felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè.

Proust, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, trad.it. Natalia Ginzburg, Einaudi, Torino 1963

(Anche se secondo recenti studi le madeleines erano in origine fette di pane tostato, come mostra la prima stesura della Recherche).

 

Proust - Swann - prima stesura
Marcel Proust, “La strada di Swann”, prima stesura (www.lessaintsperes.fr)

 

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