laDirce - Greenery 2017

laDirce

laDirce non esiste. Cioè, esiste eccome, ce n’è un pezzetto in ciascuno di noi. Io la ritrovo nelle caramelle di panna e nel ciambellone della nonna Pina, nel Cynar (el cynarén) della nonna Zaira, nelle centinaia di tazze di tè e caffè consumate intorno a scatole di ricordi, nelle migliaia di ore trascorse ad ascoltare storie e figure che non torneranno, e a custodirne le voci, fermarne le parole per chi arriverà. L’ho incontrata davanti al camino nelle grandi cucine di campagna e mentre tirava la pasta sul piano sbilenco del cucinotto di formica verdegialla; a Ginestreto, al Bel Sit della zia Rina (ma non sapevo ancora che era laDirce), a Belvedere Fogliense, nella Ida e nella signora dei ciambelloni e, molti anni dopo, seduta a fianco a me alla tavola del Monastero di Bose, dove finalmente si è fatta avanti con la sua “anima fatta cibo”.

laDirce è anche un po’  Babette e un po’  Vianne di Chocolat (di Amèlie abbiamo già detto) arriva da una terra vicina ad Amarcord ma alle volte si sente Mary Poppins e, come il suo alter ego Miss Nettle tiene in grande considerazione donna Letizia e la contessa Clara.
laDirce si scrive proprio così, tuttoattaccato e con l’articolo, come usa dalle parti dove ha mosso i primi passi e dove più o meno risiede.
A proposito del nome: si è garbatamente imposto su un paio di altre idee, presentatesi a dire il vero senza grande convinzione. laDirce è la signora con i capelli cotonati, freschi di parrucchiera, che guida l’Ape per le strade di campagna, il marito seduto al posto del passeggero, con il cappello in testa e la giacca gessata della ‘muta’ anni ’60; è una signora dal piglio energico ma di gran cuore, con le braccia tornite delle azdore; nel suo sorriso si raccolgono esperienze di saggezza antica, ma ha l’età sempreverde dell’entusiasmo. Poi, per caso, abbiamo scoperto che la Dirce (una delle tante in carne e ossa) era nell’ordine: la cuoca di una scuola di paese, la proprietaria di un’osteria a Porta Rimini (Pesaro), la zia-brava-in-cucina di qualcuno o la nonna capace di mettere a tavola dieci persone in cinque minuti, per non parlare della cameriera del Giardino dei Finzi-Contini di Bassani. (Per chi volesse approfondire: Romagna a parte, il nome Dirce arriva dalla mitologia greca, il link alla voce Treccani).

laDirce veste vintage (prevalentemente anni ’50-’60 con inattesi salti verso i ’70, soprattutto nel décor) e ama i colori: ogni stagione rinnova il proprio guardaroba, e sul grembiule porta da un paio d’anni due simboli dal valore universalmente condiviso, reinterpretati in un tricolore ispirato a Franco Moschino, di cui la sua personal stylist (io) è grande fan.

Ecco, questo è ciò che vorrei rispondere quando mi chiedono “Ma chi è laDirce?”. Di solito però non si ha troppo tempo per raccontare, e allora dico: laDirce è il genius loci o, meglio, lo spirito della casa (di tutte le case) e dell’accoglienza. Il cuore della casa, con le sue storie, i suoi colori e la sua memoria.

Cristina Ortolani

laDirce: ispirazioni

La Dirce© è un progetto di Cristina Ortolani (© Cristina Ortolani 2005-2016).

 

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