La memoria nel granaio

laDirce incontra Gianpaolo Fassino, coordinatore del laboratorio “Granai della memoria”, istituito da Università di Scienze Gastronomiche e SlowFood


Torino, settembre 2016.
Con la testimonianza di Gianpaolo Fassino, antropologo, coordinatore del progetto “Granai della Memoria” creato da Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG) e SlowFood, laDirce inaugura il suo viaggio tra le esperienze italiane di recupero e custodia della memoria. Nato a Chieri (To) nel 1974, autore di numerose pubblicazioni nei campi dell’etnografia e dell’antropologia storica, Fassino è ricercatore presso UNISG: lo abbiamo incontrato nel settembre scorso, tra i mille sapori di Terra Madre – Salone del Gusto, allo spazio FoodMood, business area allestita presso il Centro Congressi Torino Incontra, nel cuore della città.

Gianpaolo Fassino, cosa sono i “Granai della Memoria”?
Si tratta di un archivio multimediale nel quale sono conservate testimonianze di persone, storie di vita raccolte in tutto il mondo e restituite attraverso il nostro sito www.granaidellamemoria.it. Il nome si ispira a una frase di Marguerite Yourcenar (vedi box, ndr), ma fa anche riferimento al mondo rurale, alla riserva di grano ammassata per affrontare l’inverno: allo stesso modo le interviste depositate nel nostro archivio diventano una preziosa risorsa cui attingere, memoria di saperi scomparsi e tradizioni recuperate, conservate e comunicate. Oltre a UNISG e SlowFood al progetto partecipano attivamente anche altri enti e soggetti di ricerca, pubblici e privati.

Gianpaolo Fassino - UNISG
Gianpaolo Fassino, coordinatore del progetto Granai della Memoria

I “Granai” sono nati nel 2012 e avete in archivio più di mille filmati…
Il nucleo originario è costituito dai materiali prodotti dal mio maestro, il professor Piercarlo Grimaldi (attuale rettore UNISG e direttore scientifico del progetto insieme con Carlo Petrini e Davide Porporato), un patrimonio di nastri analogici, esito di una vita di ricerche sul campo; a questi si aggiungono mano a mano le testimonianze raccolte dal nostro gruppo di ricerca, in alcuni casi su segnalazione delle Condotte SlowFood, e dagli studenti di UNISG, i quali partono per i loro viaggi didattici muniti di piccole videocamere, e hanno tra i loro compiti anche la realizzazione di interviste per i Granai.

Qualche esempio?
Nel 2016 abbiamo portato avanti un lavoro sui saperi materiali e immateriali connessi al tartufo bianco di Alba, in vista della sua candidatura a “Patrimonio dell’umanità” Unesco. Oggi il tartufo è valorizzato dalla grande cucina innovativa, penso per esempio alle Langhe, al Monferrato, al Roero… ma il complesso patrimonio orale, di gesti e parole legati alla sua raccolta appartiene soprattutto alle generazioni più anziane: una cultura a rischio di estinzione, da preservare dall’oblio. All’urgenza antropologica delle interviste agli anziani affianchiamo poi anche una linea di ricerca sul “riuso” del passato. Per esempio, stiamo intervistando molti giovani che hanno scelto di dedicarsi all’agricoltura, e con i loro prodotti rispondono a esigenze del mercato attuale: la memoria è fondamentale per capire il presente e per intercettare traiettorie future.

E tu come sei arrivato ai “Granai”?
Mi sono laureato a Torino, in Materie letterarie, con una tesi in antropologia culturale, poi ho conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Udine; nel 2012, proprio quando ho concluso il dottorato, prendevano forma i “Granai”, nati da un’idea di Grimaldi condivisa con Carlo Petrini: subito mi sono avvicinato a questo progetto che univa storia e antropologia, i miei interessi di studio più importanti, e da allora ne sono coordinatore.

Se dovessi sintetizzare in una frase il valore della ricerca sulle tradizioni?
Prendo a prestito una frase del professor Grimaldi: lui direbbe che “raccogliamo memorie di futuro”.

Grazie Gianpaolo, e da parte mia e della Dirce buon lavoro a te e ai “Granai della memoria”.

P. S. Possiamo finalmente svelare un piccolo retroscena, che giustifica il tono di familiarità di questa intervista. Siamo ancora al Salone del Gusto, ma l’anno è il 2014. La Dirce si racconta in una mattina di ottobre di fronte a un nugolo di appassionati. Al termine della conversazione si fa avanti tra il pubblico un giovane dall’aria posata: «mi chiamo Gianpaolo Fassino e sono un fan della Dirce, l’ho conosciuta dalla pubblicazione che avete presentato l’anno scorso al Salone del Libro». Inaugurare diversamente questa serie di incontri sarebbe stato proprio impossibile.

Cristina Ortolani

laDirce - foglio di storie e memorie 1/3

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