Giuggiolone

“Giuggiolone”

Giuggiolóne s. m. (f. –a) [der. di giuggiola; cfr. bietolone, zuccone e sim.]. – Persona semplice, bonacciona, lenta nell’azione e nei movimenti, di cervello non molto sviluppato; si dice spec. di ragazzo cresciuto fisicamente innanzi tempo ma rimasto ingenuo, inesperto (Vocabolario Treccani).

Guardate la “giuggiolona” delle foto, e ditemi se non è lei, la “persona semplice e bonacciona”.
A Pesaro, dove abito giug’lon vale “scansafatiche grande e grosso”; più recentemente si è stabilita l’uguaglianza “giuggiolone=bamboccione” (fate un giro su Google). Ma non mi convince granché.
E ho scoperto che c’è anche un “giuggiolone” da bere, a leggere la descrizione sembra non male: un distillato ottenuto dalla macerazione di giuggiole in vino trebbiano.

Comunque per me la giuggiola è l’autunno che arriva, con quel verde mandorla che chissà perché se ne frega dell’estate trascorsa e guarda indietro alla primavera, prima di accartocciarsi nel dolce  stucchevole, quasi di foglia appassita della giuggiola matura.

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La ricetta del brodo di giuggiole, dall’imperdibile Florario di Alfredo Cattabiani (Mondadori, 1996):

Un’altra serie di espressioni, come «Andare in brodo di giuggiole» o «Mandare in brodo di giuggiole», s’ispira a una ricetta dimenticata. Si lascia per qualche giorno all’aria aperta un chilo di giuggiole mature perché avvizziscano. Poi, tolto il nocciolo, le si fa cuocere coperte d’acqua con due mele cotogne, pulite e tagliate a fettine, con i chicchi di un paio di grappoli di uva americana e un chilo di zucchero. Durante la cottura si può aggiungere una scorza di limone. Dopo un’ora di ebollizione si aggiunge a poco un litro di vino rosso che va lasciato evaporare continuando la cottura a fuoco basso finché si ottiene una sorta di confettura abbastanza densa, «il brodo di giuggiole», che si consuma freddo, come una marmellata: una leccornia.

Brodo di giuggiole” (da Treccani.it)

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