Clelia Marchi con il suo lenzuolo

“Fatene tesoro di questo lenzuolo”. Clelia Marchi all’Archivio dei Diari

Testimonianza potente di un’Italia contadina, il “libro-lenzuolo” di Clelia Marchi è il simbolo dell’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano

 

Come ò detto scriverò il mio pianto sù una pagina nera… che mai nessuno leggerà o potrà leggere. La pagina alla quale Clelia Marchi (1912-2006) affida il suo pianto più di quarant’anni fa è in realtà bianca, di quel bianco rustico dei corredi di una volta, risciacquato nei mastelli, affinato in armadi e cassapanche odorose di cera d’api e lavanda. Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere. Su questo bianco denso il nero del pennarello ricama parole lette e amate da molti, certo più di quanti Clelia, nata e vissuta nella campagna di Poggio Rusco, provincia di Mantova, abbia potuto immaginare incominciando la sua opera.

Ò 15 chili di carta scritta che ò incominciato nel 1972 a scrivere doppo la morte di mio marito! Più sono triste più mi viene di scrivere; anche male. Quindici chili di carta, rilegati da lei stessa in grossi quaderni con la copertina lavorata all’uncinetto, non bastavano a contenere il dolore di Clelia che a sessant’anni, dopo aver perso il suo amato Anteo in un incidente, decide di scrivere la propria storia di contadina. Una storia come tante, testimonianza di una civiltà che già allora sbiadiva nel colore indefinito del passato remoto. Le pecore, la polenta, il cappotto rammendato e gli zoccoli (Questo è il vero albero degli zoccoli vero sincero, annota riferendosi al film di Ermanno Olmi uscito nel 1978); la paura del padrone e poi la guerra, le tessere per il razionamento, le bombe. Una vita dura – la tristezza è sempre stata in mia compagnia – ma anche piena di affetti – però in fondo in fondo ò tante soddisfazioni: l’amore per i figli (otto, quattro dei quali morti in tenera età) e per il marito, la cui foto campeggia in cima al lenzuolo e il cui nome Clelia aggiunge sopra il proprio in calce alla trama fitta delle righe numerate. Ogni riga è una storia, ogni riga si svolge sul filo della sincerità: spinta dall’urgenza di liberare i propri ricordi, riempendo un lenzuolo di scritte Clelia dà voce a se stessa e alla gente della sua terra, come dichiara nelle prime righe.

Clelia Marchi con il suo lenzuolo
Clelia Marchi con il suo lenzuolo (da Repubblica.it)

Dal 1986 il libro-lenzuolo è custodito presso l’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano (Arezzo), fondato da Saverio Tutino nel 1984. Documento potente della memoria di una generazione, prima ancora che narrazione autobiografica, la tela di Clelia vince nel 1986 il premio speciale dell’Archivio diaristico, diventandone il simbolo. Era venuta in treno fino ad Arezzo. Era scesa dalla corriera, con l’aria compunta e festosa delle donne già avanti negli anni, che hanno trascorso una vita intiera senza mai uscire dal loro comune di nascita. Portava l’età indefinita di una capofamiglia contadina vestita bene per una cerimonia, scriverà Tutino nella prefazione a Gnanca na busìa, edizione a stampa delle memorie di Clelia pubblicata dalla Fondazione Mondadori nel 1992.

Pieve Santo Stefano, Piccolo Museo del Diario - la Stanza del Lenzuolo (foto Luigi Burroni)
Pieve Santo Stefano (AR), Piccolo Museo del Diario. La Stanza del lenzuolo (foto di Luigi Burroni dal sito del Piccolo Museo)

Sul finire del 1999, in giro per mercatini mi imbattei nel libro di Clelia. Avevo già sentito parlare del lenzuolo, ma non gli avevo dedicato più di qualche occhiata distratta: quando il libro era uscito non mi occupavo ancora di memoria, e Pieve Santo Stefano era per me solo il paesino di una bella gita con i compagni d’avventura del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. In quel mercatino invece Gnanca na busìa mi si presentò con tempismo perfetto (serendipità!), offrendo sostegno a un lavoro sul recupero della storia di alcune comunità locali della provincia di Pesaro e Urbino dal quale sarebbero nati molti progetti, incluso questo foglio (e il sito della Dirce).
Da allora Clelia e il suo lenzuolo sgrammaticato mi accompagnano puntuali: penso a lei quando incontro donne e uomini ricchi di esperienza per raccogliere le loro testimonianze, ricorro spesso alle sue parole per comprendere un tempo che non ho vissuto o – sempre più di frequente – per ricordare perché raccontare, in attesa che “narrazione”, “comunicazione” e “storytelling” riscoprano il valore delle loro origini.

Cristina Ortolani