Don Gvan, o del compleanno degli assenti (130/70)

Oggi è il 130° compleanno di don Giovanni Gabucci, per tutti don Gvan, collezionista e raccoglitore di memorie nato a Sant’Angelo in Lizzola il 9 febbraio 1888. Cosa ha a che fare don Gvan con laDirce? Beh, intanto era ghiotto delle torte di pasta margherita che la sorella Angelina preparava per tutto il paese e poi…

 

C’era una volta un omino con le scarpe grosse (e un cervello finissimo). L’omino viveva con la sorella, piccola anche lei e con la testa sempre avvolta in un fazzolettone nero dentro una casetta piena piena di libri, carte e oggetti misteriosi, nella via principale di un castello sulla cima di una collina. Da casa sua nei giorni di sereno si vedeva il mare ma questo per la nostra storia non conta molto. O forse sì? Per le strade del castello e per i campi intorno a casa l’omino camminava, camminava, camminava (ecco perché aveva le scarpe grosse). Cammina cammina arrivò a Roma, dove fu accolto con tutti gli onori addirittura nelle stanze del Vaticano. Del Vaticano? Sì, perché l’omino era un prete – don Gvan lo chiamavano in paese – e dai suoi libri, carte e cianfrusaglie (cianfrusaglie?!?) distillava storie capaci di incantare tutti, grandi e piccini. Quando raccontava avvenivano magie, come quella delle figure fatte di luce e ombra che don Gvan tirava fuori da una scatola attraverso un vetro. E anche i grandi cardinali del Vaticano avevano saputo di lui e ascoltato le sue storie.
Non era che un omino con un ciuffo bianco e gli occhiali tondi, ma tutti lo rispettavano e gli volevano bene, anche se qualche volta – dobbiamo proprio dirlo – aveva la lingua un po’ tagliente.

Potrei andare avanti per pagine e pagine su questo tono ma non so se l’omino approverebbe (la sorella invece, sempre persa dietro ali d’angelo di carta velina, fili colorati e torte paradisiache sono sicura di sì). L’omino si chiamava don Gvan – pardon, don Giovanni Gabucci – e oggi avrebbe compiuto 130 anni.

 

Giovanni Gabucci: archivista, paleografo, cacciatore di memorie

 

Pesaro 1922 - Giovanni Gabucci con la famiglia Macchini
Pesaro, 27 aprile 1922. Giovanni Gabucci (il primo a destra nella foto) con la famiglia di Mario Macchini (foto A. Bernardi Montelevecchie – Pesaro; raccolta famiglia Mario Macchini, Pesaro)

Eccolo lì don Giovanni Gabucci, con gli occhiali e il ciuffo bianco, in una foto scattata il 27 aprile 1922 (a proposito, grazie ancora alla Famiglia Macchini che con generosità me ne ha consentito la riproduzione). La foto ha quasi cent’anni e le perdoniamo di essere un po’ sfocata; comunque si vede bene che, come nei ritratti ufficiali e le raffigurazioni dei santi don Giovanni tiene in mano “l’attributo”, il simbolo della sua attività: un foglio di carta, forse un giornale, chissà.

Quella di don Gvan non è per laDirce una storia qualunque, infatti questo post lo trovate anche tra le “Ispirazioni”. In sua compagnia, si fa per dire, ho trascorso una decina d’anni scrutando le sue carte per riordinarle, lavoro affrontato non senza una certa temerarietà i cui risultati ho raccolto in un libro pubblicato nel 2011 e due articoli per il bollettino dell’Archivio storico diocesano di Pesaro, dove il Fondo Gabucci è conservato.

Dire “le sue carte” non rende giustizia alle collezioni di questo raccoglitore compulsivo, accumulatore seriale che oggi etichetteremmo come un memory hunter (cacciatore di memorie), dandogli magari anche dello storyteller. Alla rinfusa: biglietti dell’autobus, santini, ritagli di giornali (a scatoloni), cartoline, francobolli (che tristezza vedersi passare sotto mano tutte quelle cartoline mutilate dell’angolo destro), lettere, disegni (a bizzeffe, preziosissimi per documentare paesaggi irrimediabilmente compromessi dalla guerra), volantini, fotografie… e libri. Libri rari, edizioni da bibliofilo che don Gvan, sempre in bolletta, si procurava a costo di ferree economie grazie all’aiuto di amici sparsi in tutta Italia.

Detentore di una delle più affollate wunderkammer della provincia di Pesaro e forse delle Marche, Gabucci mi ha sempre ricordato, certo, più in piccolo e con tutte le cautele del caso, uno dei grandi della cultura del ‘900, Aby Warburg. Lo so, a molti sembrerà un affronto o la farneticazione di un’esaltata (alcuni non hanno avuto scrupoli a dirmelo, in effetti) ma ai miei occhi il modo in cui ha provato a catalogare i materiali disparati raccolti in più di quarant’anni di ricerche assomiglia un po’ al tentativo di costruire un atlante della memoria nostrana, una specie di Mnemosyne dei luoghi dove laDirce si muove sin dalla sua prima apparizione in pubblico, e cioè quella fascia di terra che va dal Montefeltro al mare Adriatico, scivolando sul confine tra Marche e Romagna.

Ordinare i materiali messi insieme dal sacerdote, studioso ed erudito ma soprattutto – diremmo oggi – “cacciatore di memorie” in quasi quaranta intensissimi anni di ricerche, mi ha consentito di seguire Gabucci nel suo percorso attraverso le nostre colline e la nostra città, scovando con lui vere e proprie chicche. Fatti, oggetti e opinioni raccolti ed etichettati con acribia da entomologo, nell’incrollabile certezza che tutto prima o poi sarebbe tornato utile. Non va infatti dimenticato che in Gabucci il gusto del collezionista era corroborato dall’intenzione di conservare per riutilizzare: particolari replicati, riscritti, aggiornati, a punteggiare un palinsesto dalla mutevolezza incessante e onnivora. Fatte le debite proporzioni, più volte mi sono trovata a pensare, di fronte all’impressionante numero di immagini e ritagli disseminati tra album e fascicoli, al metodo che, negli anni in cui Gabucci attendeva a Roma agli studi di paleografia (1926-1929), portava Aby Warburg a sistematizzare, in vista di una pubblicazione che però avverrà solo molto tempo dopo, le tavole del suo «atlante della memoria», Mnemosyne. Di Warburg Gabucci non possedeva naturalmente né il genio né la brillantezza dell’erudizione; eppure, a ben guardare, dal bric-à-brac di cui il santangiolese amava circondarsi emana la sensazione di un ordine robusto, di una coerenza che non si lascia irridere dalla pure innegabile passione per il kitsch. Una saldezza che si impone persino sui più oleografici frammenti rendendo loro la dignità di “testimonianze” da ascoltare, meritevoli di un secondo sguardo un po’ meno distratto – per non dire supponente – di quello troppo spesso loro riservato. (È un brano dell’articolo che ho pubblicato su “Frammenti”, bollettino dell’Archivio storico diocesano di Pesaro, n. 18/2015. Scusate l’autocitazione ma non lo saprei scrivere meglio di così).

Il post continua alla pagina seguente – chi se la sente di arrivare fino in fondo avrà in premio una bellissima foto del 1913 🙂