Pesaro, al Moletto

Al moletto. 29 giugno, santi Pietro e Paolo (Biancosarti 1)

Con la grazia enigmatica delle figure di Seurat un signore in abito scuro appoggiato a una sedia pieghevole di legno osserva il traffico dei bagnanti sull’arenile: non priva di una certa eleganza provinciale, sbrigativa, appare la signora in bianco che conduce una bicicletta, altrettanto deciso si direbbe l’uomo con canottiera a righe e pantaloncini neri più o meno al centro del quadro. Alcuni sono in acqua mentre molti si godono l’ombra nell’affollamento delle tende. Il cui orientamento, sia detto tra parentesi, lascia intuire lo scatto del fotografo intorno a mezzogiorno o nelle prime ore del pomeriggio.
Siamo nella seconda metà degli anni ’30, a Pesaro, al ‘Moletto’ (oggi – da molti decenni – Bagni Tina) e con il senno di poi è facile attribuire all’attitudine un po’ rigida del nostro testimone la consapevolezza della tragedia imminente. Sullo sfondo il collegio Postelegrafonici Villa Marina inneggia alle Magnifiche-Opere-del-Regime, i capanni di legno compongono file ordinate, degne del “complesso pittoresco e fantastico” di una spiaggia “dotata di ogni conforto” (1935), e anche il cartello “bagni pubblici” sembra ridipinto di fresco, sul profilo di un colle San Bartolo ancora non frastagliato dagli alberghi che cresceranno in batteria quarant’anni dopo.
Tuttavia, l’aria che spira dalla cartolina non è per niente simile all’amabile brezza delle giornate estive, assomiglia piuttosto a una fredda corrente capace di cristallizzare la sabbia in granelli di zucchero (avete presente i bomboloni? da noi non si mangiano i krapfen), e di fissare le pieghe di lino e cotone fino a spezzarne le fibre – se non si è lesti a distogliere lo sguardo dall’incantesimo. Chissà poi dove aveva la testa il fotografo quando ha ritoccato le nuvole, facendone una cortina incombente in luogo delle rassicuranti, spumose meringhe di sapore tiepolesco ben note ai cultori di deltiologia.

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In realtà – raccontò molto tempo dopo ai nipoti l’uomo seduto all’estrema destra del quadro, in parte qui coperto dalla Dirce – l’afa di quel giorno sconsigliava gli sforzi, e nessuno – eccezion fatta per la signora con la bicicletta, che raggiungeva la famiglia sotto la seconda tenda a righe, trovava ragione per muovere nemmanco un muscolo. Molti si soffermavano sulla porta delle cabine in attesa di un desinare frugale e, a proposito di mangiare, non pochi testardamente s’immergevano con l’idea di argavlè  (racimolare, nel dialetto locale) due vongole e quattro cannelli per la cena.

Sì, per essere il 29 giugno faceva davvero un caldo inopinato, osservò concorde il signore dall’abito scuro, palesemente un forestiero. Il quale, trovandosi in effetti a passare da Pesaro aveva approfittato di un paio d’ore tra due treni per riempirsi gli occhi di mare, un mare dall’aria domestica e placida ma che sapesse quanti se ne è portati via anche quest’anno… Quella sera – proseguì orgogliosamente l’uomo seduto – il Kursaal avrebbe sfavillato di dame e gentiluomini in abito da sera per il gran ballo d’apertura della stagione balneare,  e chi al ballo non poteva aspirare avrebbe comunque festeggiato, sentendosi un po’ come nel cinegiornale, pettegolando sull’arrivo delle macchine di lusso nel piazzale della città-giardino, solo molto tempo dopo occupato dalla grande sfera metallica, opera dello scultore di fama.

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Si è fatto tardi, commentò il signore dall’abito scuro, qui il mio tempo è scaduto. Disse proprio così, qui il mio tempo è scaduto, senza aggiungere altro. Con il suo portamento un po’ legnoso si scostò dalla sedia e fece per incamminarsi verso l’Arena Lido – diretto alla stazione, pensò con vago interesse l’uomo seduto all’ombra. Dopo qualche secondo, però, il forestiero tornò sui propri passi e si avvicinò al chiosco poco distante, invero nelle ultime  settimane sempre più simile a un bar (“mescita”, recitava l’insegna, più per risparmiare sulle tasse che per intima convinzione autarchica del proprietario). “Un biancosarti, per favore”, chiese tergendosi la fronte con un fazzoletto bianchissimo.
Per un attimo il sole pallido sembrò rapprendersi e cercare un ultimo, caliginoso scintillio nel bicchiere di vetro grossolano, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio. Ma fu un attimo: dopo aver bevuto tutto d’un fiato il signore distinto posò rapido il bicchiere sul banco e se ne partì.

(continua)

 

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